Uno dei problemi italiani maggiormente rilevanti, a detta del Ministro della Salute Beatrice Lorenzin, sembra essere quello della denatalità fenomeno in crescente irrefrenabile aumento ma contrastabile grazie all’iniziativa sociale #fertilityday.

L’Istat, Istituto Nazionale di Statistica ha infatti diffuso l’ultimo aggiornamento lo scorso Giugno secondo il quale gli italiani non solo non crescono, ma addirittura iniziano a scomparire: “Nel corso del 2015 il numero dei residenti ha registrato una diminuzione consistente per la prima volta negli ultimi novanta anni: il saldo complessivo è negativo per 130.061 unità.Il calo – veniva precisato – riguarda esclusivamente la popolazione di cittadinanza italiana – 141.777 residenti in meno – mentre la popolazione straniera aumenta di 11.716 unità”.

L’iniziativa proposta dal Ministro avrà luogo il 22 Settembre, seppur sui social sia di fatto partita in anticipo la sua promozione.

Durante questa campagna nazionale di sensibilizzazione alla fertilità, corredata non solo di eco sui social quanto di un sito www.fertilityday.it, i due filoni intrapresi vedono dapprima l’informazione e sensibilizzazione verso il tema, secondariamente un’incentivo -massiccio – alla procreazione, grazie all’uso di slogan e immagini d’effetto, secondo la proverbiale “cultura per immagini”.

Il #fertilityday ha attirato fin da subito polemiche, proprio per il tema affrontato che a parer di molti utenti, specialmente di Twitter, risulta essere trattato in maniera semplicistica e superficiale; lo stesso ilfattoquotidiano.it del 31 agosto titola:

Fertility Day, la campagna del Ministero della Salute scatena la polemica su Twitter: “La bellezza non ha età, la fertilità sì”.

Tutto ciò sembra rientrare in un più ampio piano nazionale a salvataggio del welfare, programmato dal Ministro Lorenzin già nel 2014, nel quale come dichiarato per l’occasione al quotidiano Avvenire, è necessario educare non solo all’essere madre, ma al diventarlo in età più fertile per aumentare così la possibilità di avere un maggior numero di figli e contrastare un allarmante fenomeno di denatalità in forte crescita.

L’obiezione dei più, come già anticipato, sta nella valutazione del problema in maniera semplicistica e disarticolata: non possiamo parlare di denatalità senza considerare la precarietà del lavoro o l’assenza di casa e problemi di reddito; tutti aspetti che inficiano la possibilità per le coppie giovani e non di espandere la famiglia. Alle volte non procreare sembra una scelta obbligata più che di vita.

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Le critiche piovono a raffica, non solo dai singoli utenti, ma anche dalle testate giornalistiche: la stessa Repubblica su Twitter tuona chiedendosi se sia uno scherzo, una sorta di proseguo mal riuscito del Family Day passato.

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Le fa eco un gruppo di psicologi e psicologhe che, grazie ad una lettera aperta, contestano l’iniziativa sottolineando come:

attribuire una responsabilità rispetto alla maternità tardiva alle donne – sia – umiliante”.

Gli esperti continuano spiegando come il Fertilità Day “sottolinei il ticchettio dell’orologio biologico, in una nazione in cui non esiste più stabilità lavorativa, – dove non ci sono supporti validi alla maternità e alla genitorialità in generale, dove la gestione e l’accudimento dei figli vede per lo più attive iniziative private, peraltro costosissime, o nonni faticosamente disponibili, una nazione, inoltre, in cui i prerequisiti alla genitorialità sono assenti o assai precari: in primis difficoltà di reperimento del lavoro, difficolta di accesso alle case popolari ed anche difficoltà enormi di accedere a mutui, difficoltà ancora più accentuate dalla precarizzazione istituzionalizzata del lavoro”.

Ormai è certo che la strumentalizzazione e banalizzazione verso temi così cari e sentiti, parte attiva della sfera intima e di coppia non funzionano più,

“la fertilità – infatti – non è una performance pubblica, è un fatto privato e soggettivo che pertiene una cosa intima, il corpo delle donne è delle donne e il modo in cui decidono di disporne appartiene a loro. Lo stesso discorso, ovviamente,riguarda anche gli uomini e il loro diritto di disporre del proprio corpo e di decidere della propria fertilità secondo sentimenti e scelte personali”.


 

Non solo, un aggravante al problema messo in luce da chi contesta l’iniziativa sta nel chiedersi quale “funzione sociale” si richieda alla donna.

L’emancipazione e la parità dei sessi tanto anelata, ricordiamo non a caso le Suffragette, sembrano oggi, per il Ministro, in contrasto con quanto proposto dal #fertilityday.

Studiare, laurearsi, emanciparsi, intraprendere una carriera, perseguire la realizzazione come persona e come donna, sembravano, negli ultimi decenni, gli imperativi da raggiungere, se non fosse che adesso, alle donne, viene ricordato che stanno venendo meno alla loro funzione riproduttiva”.

Quanto detto per i più, non può quindi essere ridotto a semplice slogan o gioco interattivo come quello che veniva proposto sul sito dell’iniziativa in cui si chiedeva di definirsi una banale categoria (parliamo al passato, considerando la momentanea chiusura del sito, con rimando all’appuntamento del 22 settembre).

Le persone chiedono risposte concrete a problemi complessi, molto più articolati di quanto spesso, la nostra classe politica voglia farci credere forse per distoglierci dai problemi reali e immediati che l’Italia affronta giornalmente.

 

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